Comune di San Paolo di Jesi

Comune di  San Paolo di Jesi
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LA "CAVATA DELLE ZITELLE" LA "SAGRA DEI CAVALLUCCI" DI SAN PAOLO DI JESI.

Manifestazione unica nel suo genere che trova le sue origini nell'anno 1702 quando nel testamento stilato dal reverendo Don Antonio Agabiti si destinavano i frutti di un possedimento alla costituzione di una dote da assegnare ogni anno, il giorno 8 Dicembre, a due giovani di sani principi morali e da maritarsi - estratte a sorte - che avessero compiuto il diciottesimo anno di età e non superato il ventottesimo. La dote in denaro viene ancora oggi elargita alle sorteggiate, dietro loro richiesta e come vuole il testamento, dopo nove mesi dalla data del matrimonio.


Da tre secoli un sacerdote, pievano di San Paolo di Jesi, Don Anton Giacomo Agabiti, viene ricordato ogni anno per la sua nobiltà d'animo.
Destinò infatti per testamento, nel 1702, l'utile di una sua proprietà fondiaria per costituire la dote per una ragazza del paese in condizioni di povertà.
Dai primi decenni del Settecento così a San Paolo di Jesi si è fatta la "cavata", cioè l'estrazione di una tra le ragazze nubili del comune cui è destinata la rendita dell'antico lascito del pievano.
Fu un gesto di grande sensibilità quello di Don Agabiti che veniva incontro alla situazione di difficoltà in cui si trovavano le ragazze delle famiglie povere che non erano in grado di dare loro una dote per potersi sposare.
Senza adeguata dote infatti le ragazze, le "zitelle", come allora venivano chiamate, non avevano la possibilità di sposarsi trovandosi in una condizione sociale di vulnerabilità e di progressiva indigenza. Dar loro una dote, facilitando il matrimonio, costituiva un atto non solo di generosità ma anche di squisita attenzione per situazioni di autentico disa. La situazione sociale da allora è profondamente cambiata : ogni ragazza oggi riesce ad avere una dote, ed anche rimanere "single" non è una occasione di minorazione sociale. Non si possono, del resto, pretendere oggi alcune condizioni messe dal pievano, come quella di non uscire di sera, che rispecchiavano la cultura e la mentalità dell'epoca.
Sono ormai cambiati anche alcuni aspetti della volontà specifica del donatore:
l'amministrazione della rendita, dopo diversi passaggi, è ora affidata al Comune, la somma annualmente disponibile non copre più il costo di una dote: rimane comunque il segno, il gesto antico di solidarietà da ricordare, anzi da apprezzare nel contesto delle situazioni storico-sociali di allora.
L'estrazione, la "cavata delle zitelle", che si svolge nella prima decade di dicembre, ha mantenuto nei secoli il rituale voluto dal pievano Agabiti.
La messa cantata nella chiesa parrocchiale, l'estrazione dei nominativi da parte di un bambino, la proclamazione.
Da qualche anno esso è arricchito da un corteo di ragazze in costumi dell'epoca che precede la celebrazione della messa e si snoda poi verso la piazza per la pubblica estrazione: la proclamazione dei nominativi da parte del sindaco è accompagnato dalle note di bande musicali.
Coreografie e luminarie per l'occasione danno un aspetto suggestivo al centro sotrico del paese: si spegnono le luci artificiali per lasciare spazio al facion delle torcie che riflettono le loro fiamme sulle antiche dimore, mentre bracieri per le vie e le piazze bruciano ed emanano profumi di biancospino, quercia e pioppo serlvatico, Si aprono antiche cantine,si assaggiano vini novelli e quelli ancora in ebollizione, si assagpora l'olio appena spremuto, i tipitci dolci della zona, i "cavallucci", sono a dispozione di tutti insieme alle immancabili castagne.
Per l'occasione viene imbottigliato da produttori locali il vino della zitella, vino novello, rosso, leggero e ricco di aromi (profumi di frutta matura e di fiori).
Una "festa d''autunno" in piena regola nel ricordo di un gesto di bontà.
San Paolo di Jesi rivive in questo modo alcuni momenti del suo passato, li ripropone con quel calore umano e solidale che ha segnato la sua storia secolare, ritrovando il gusto di una serena conivivialità e di un'aggregazione spontane e cordiale.

Riccardo Ceccarelli

Dal Testamento di don Anton Giacomo Agabiti (1702)

"[...] vuole il medesimo signor pievano Agabiti [...] che il Santo Suffragio (la confraternita cui fu demandato l'esecuzione testamentaria) sia obbligato con li frutti, e le rendite di detta possessione, che in ciaschedun'anno si venderanno, e ridurranno in contante, dare in dote ogn'anno in perpetuo ad una delle zitelle delle più povere, che saranno nel medesimo Castello di S. Paolo da maritarsi, ma che sinao del medesimo luogo, e non forastiere, queli zitelle più povere [...] debbano imbussorlarsi [...] e dovrà estrarsene una pubblicazion e da un innocente fanciullo minore di sette anni da chimarsi da medesimo signro Pievano ed a quella che uscirà si darà il denao ritratto dalla suddetta vendita e frutti della detta possessione d'un anno intiero, ma non gli si consegnarà detta dote finchè non sarà stata veramete sposata, e così d'anno in anno in perpetuo, Dichiarando, e volendo espressamente [...] che non siano mai imbussolate quelel zitelle, che averanno fatto, o franno veglie con uomini, eccettuato, che con parenti di primo e secondo grado, che praticheranno in case sospete e averanno prariche, o baziche sospette con uomini, he dopo sonata la seconda Ave Maria della sera staranno, o faranno veglie nelle piazze, strade, vicoli, e fuoir delle case, et in fine che anon viveranno modeste con onore, e riputazione, e timor d'Iddio [...]".
 

Per fare i Cavallucci

Ingredienti per la sfoglia: farina di grano tenero 00, impastata con olio extravergine di oliva, vino bianco e succo di limone caldi con aggiunta di zucchero.
Ingredienti per la pasta interna: noci, mandorle sbucciate e bucce finemente tritati, cacao amaro in polvere, uva sultanina, canditi, pane grattugiato, per gli ingredienti solidi. Il tutto va mescolato con marsala, caffè di moka e sapa ( ottenuta dal far bollire molto lentamente in un recipienti di rame il mosto di uva appena pigiata). Quanto preparato va messo in pentola per una cottura molto lenta, provvedento a rimescolare in continuazione fino a che con si ottenga una pasta molto solida. Una volta arrivati ad una giusta cottura, togliere la pasta dalla pentola e distenderla su una tavola o porla in una altra pendola purchè non sia di alluminio. Confezionare i cavallucci uno a uno con ritaglio di pasta sfoglia ed un cucchiaio o più dell'impasto fatto in pentola e mettere in forno. Appena sfornati pennellare con alchermes e stendere un velo di zucchero. Un ottimo "cavalluccio" è il frutto di una preparazione attenta di ogni particolare unita all'inventiva del cuoco e della massaia.